mercoledì 3 giugno 2015

Il condominio di Drago.




Il tragitto per arrivare alla “casa” fu un viaggio devastante, infatti, dovettero utilizzare tutte le loro energie per avere ragione dei mobili. Ogni tanto il povero Drago era schiacciato da un tavolo, violentato da una poltrona, umiliato da una libreria, schiaffeggiato da una branda. Alex guidava come uno psicopatico dopo aver svaligiato una banca, non era di certo preoccupato delle condizioni dei passeggeri, simili a quelle di due giovani mozzi che, dotati di buona volontà, fronteggiano una devastante tempesta tropicale. Di tanto in tanto Drago allungava la mano, così Riccardo lo riafferrava tra quell’ammasso di legna e cartone, che l’avrebbe potuto trasformare in misera poltiglia palpitante. Drago cercava di ringraziarlo, o almeno così sembrava, poiché il suo linguaggio era troncato dalla paura per un nuovo scossone. Riccardo, intanto, dava calci e pugni sulla lamiera, urlava, sbraitava e digrignava i denti. Accio lo guardò dallo specchietto retrovisore con i suoi occhi di ghiaccio, sporse leggermente il braccio destro ed allungò il dito medio. Nel frattempo Alex calcò con veemenza il pedale del freno, e quasi “inchiodando” giunsero finalmente alla meta.

Quando scese dal mezzo Riccardo quasi non perse l’equilibrio, e si dovette appoggiare ad Alex nel medesimo istante in cui lo malediva. Drago, invece, cadde dal furgone schiantandosi sull’asfalto, e dovettero sollevarlo di peso quasi esanime. Quando si rialzò li osservò con occhi folli, così Accio gli offrì una sigaretta. Lui rispose orgogliosamente che “aveva le sue”, le terribili “Quattro Nazioni” senza filtro. Le sigarette di Drago producevano un odore nauseabondo che sembrava provenire dalle raffinerie del golfo, pertanto Riccardo si spostò, e solo allora si accorse del quartiere in cui si trovavano... Non intendo essere drammatico, ma quel pomeriggio sembravano sbarcati in altre regioni della terra, forse dell’America Latina o dell’Africa. Il quartiere era il risultato della scelleratezza delle amministrazioni locali, che avevano asserragliato parte della popolazione (ovviamente, quella più povera) in un vero e proprio ghetto. Erano presenti malconci palazzi popolari, ed in tutto il perimetro del quartiere non era presente una farmacia, un supermercato, un asilo, e non c’era nemmeno la fermata dell’autobus.

Quando Riccardo si voltò, vide una grande piazza rettangolare in cemento armato, dove alcuni giovinastri si divertivano con un pneumatico appeso ad un’altalena, per addestrare un grosso pit bul. L’animale saltava e mordeva con forza il pneumatico mentre i ragazzotti, con indosso giubbotti e jeans strettissimi, lo colpivano con possenti bastonate, commentando entusiasti i salti del povero animale, reso ormai pazzo da nervoso e fatica. La piazza era disseminata da rottami, cocci di bottiglia, sassi, schegge di vetro, e su tutto spiccavano alcuni ciclomotori totalmente carbonizzati, moderni totem consacrati al dio del degrado. Sopra le loro teste, all’interno di un balcone pericolosamente scrostato, una ragazza trasandata appendeva i panni: era magrissima, pallida come un vampiro in crisi di astinenza.
“Ricky, muoviti”, disse Accio, “prima ci muoviamo e prima andiamo via, dannazione!”

Riccardo si avvicinò al furgone, attendendo il primo mobile dalle braccia di Alex. Si trattava di un vecchio comodino ricoperto di polvere, che riuscì a trasportare su per le scale con uno sforzo immane... Mentre posava il piede sul primo scalino del secondo piano, una bambina si presentò dinanzi a lui. Riccardo si fermò per riprendersi dalla fatica, e questa lo osservò con occhi drasticamente malinconici. In una mano stringeva una piccola busta contenente chissà quali cianfrusaglie, mentre nell’altra aveva un piccolo pupazzetto sporco, simile a quelli che un tempo si trovavano all’interno dei detersivi. Il ragazzo la lasciò passare, e se non avesse avuto quell’ammasso di compensato tra le mani, le avrebbe di certo accarezzato i capelli. Forse le avrebbe posto qualche domanda, magari avrebbe cercato un espediente per farla sorridere. Tuttavia si limitò a strascicare un “ciao” e lei rispose con un sorriso, pronta ad acciuffare insetti tra quelle aiuole ricche di rottami, poltiglia e lordume, con i suoi occhi verdolini e con le sue manine da fata scandinava.

Un piano, due piani, tre piani ed ecco finalmente Drago dinanzi alla porta, un portone enorme, blindato, spropositato e possente. Dopo qualche secondo Drago gli indicò tre profonde infossature non lontane dalla serratura, causate evidentemente da un’arma da fuoco. Riccardo allora lo guardò con autentica angoscia, ma lui ricambiò i suoi occhi preoccupati con spensieratezza. Certo, aveva perso qualche dente, ma quel sorriso era come un tramonto sul mare, e Riccardo non poté fare a meno di provare un senso di pace e tranquillità, come se quelle ammaccature fossero un elemento comunemente accettato dalla società civile. Sì, in effetti, Drago aveva finalmente trovato la sua sistemazione, e non poteva rovinargli quel momento con le sue inquietudini.

Dopo aver trasportato il resto della mobilia Drago preparò un ottimo caffè, dunque ci fu il consueto rito della cannabis. In stato di totale sballo Alex e Accio ripartirono per le rispettive destinazioni, mentre Riccardo ritornò sino al vicino appartamento.

Vincenzo M. D'Ascanio, brano tratto dal romanzo "Eclissi" 

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