mercoledì 3 giugno 2015

La festa del paese.




“Venite in fretta, qui danno il vino a secchiate!” disse intanto con strani gesti Silvestro.
“Il vino, oh, quello disintegra, fidatevi di me, lo conosco bene...” Rispose secco Accio.
Intanto la temperatura assumeva eccezionali cambiamenti: un vento caldo proveniva da continenti lontani, tanto che qualcuno passeggiava con maglietta a maniche corte ed infradito. Nelle viuzze si era formato un vespaio di persone, tutti tenevano un bicchiere oppure una bottiglia, qualche gruppetto intonava una canzone, altri urlavano frasi sconnesse ed illogiche, giocavano alla “murra”, s’abbracciavano, litigavano nelle cantine allestite per l’occasione. Qualcuno si amava focosamente negli angoli bui, e se sorpresi non mostravano nessun pudore, anzi, sembrava quasi che la situazione li eccitasse ulteriormente... La comitiva si sentiva a proprio agio, il vino aveva un sapore robusto ma non troppo forte, non era quel genere di vino che sembra strozzarti quando ne bevi un sorso. Nonostante ciò l’alcol fece il suo lavoro soprattutto su Riccardo, che mescolando alcolici e farmaci concepiva un imprudente attentato al suo fegato. Intanto Silvestro non smetteva di sbracciarsi, come se intendesse discutere di filosofia del diritto con ogni passante. Si muoveva ondeggiando sapientemente le anche, come una bagnarola persa tra le onde nei mari del Nord. La sua figura intrigava particolarmente Riccardo, che non poté fare a meno di rivolgergli qualche domanda.

“Senti, Silvestro”, gli disse, “ma ora cosa fai nella vita?”
“L’impiegato... E studio.” Rispose lui tutto pimpante.
“Sei un ricercatore?”
“No, mi piace definirmi un semplice studente...”
“Ah! In quale facoltà sei iscritto?”
“In nessuna, studio per conto mio. Storia Medievale.”
“Storia medievale, cavolo, affascinante! Ma per vivere?”
“Dai, ci sono milioni e milioni di varianti per il vivere moderno. Per altro sono ancora impiegato in quella dannata provincia, ma mi adatto a qualsiasi mansione. Del resto, se tutti studiassimo per vivere, cosa accadrebbe?” Per un attimo Silvestro rimase in silenzio, come se stesse pensando al modo migliore per annullare un’ipoteca gravante sulla propria abitazione.
“Conosci Kant?” Disse improvvisamente. “Era un vero e proprio imbecille, ma un uomo degno di quel nome può porsi soltanto un obiettivo: l’immensità. Bene o male lui l’ha raggiunta, si dica quel che si vuole. Poi, dimostrare che si tratta dell’ideologo del Partito Nazista, sono un altro paio di maniche...”
“Tu, quindi, aspiri all’immensità?”
“No, non ne ho il diritto. Non sono un genio. Aspiro a fare ciò che mi piace, e mi basta...”
“Dici nulla... Non so se avrò il coraggio necessario...”
“Trovalo, trovalo immediatamente! In ballo c’è la tua vita!” Detto questo Silvestro non aggiunse altro, e fece una linguaccia al suo sbigottito interlocutore.

Naturale, le parole di Silvestro potevano avere un senso, ma quella sera Riccardo non era nelle condizioni per sviluppare alcun pensiero compiuto. Tra un bicchiere e l’altro si ritrovarono a ballare in una graziosa piazza esagonale, uno di quei tipici balli di gruppo che dominano le feste nei paesi sardi. Numerose persone ballavano con loro, tutti sorridevano, tutti eravamo resi più socievoli dal vino e dalla musica. Riccardo e Francesca, lentamente, cominciarono a ballare da soli, come due cortigiani indifferenti alle pretese del sovrano. Lei si accostava sempre più sfrontatamente, così Riccardo percepì il suo corpo sinuoso, e la situazione non gli dispiaceva. Dopo alcuni movimenti del bacino il ragazzo le propose una passeggiata, e Francesca accettò con un sorriso lieve ma complice. Camminavano per le strade colme di avinazzati senza cognizione del tempo, si tenevano per mano, si guardavamo negli occhi, di tanto in tanto si accarezzavano le labbra. Lei indossava un vestito corto e colorato, degli zoccoli prestati da Floriana, ed una leggera collana composta da minute conchiglie di molteplici colori.
“Andiamo là!” Disse Francesca prendendo Riccardo per mano.
“Dove? No, ma tu lo sai...”
 “Non ti fidi di me?”
“Come no?” Balbettò il ragazzo, “mi fido, certo che mi fido...”
Francesca lo fece sedere sul pianerottolo di una vecchia abitazione, dunque restò in piedi dinanzi a lui accarezzandogli viso e capelli. Tutt’intorno erano presenti palazzi antichi o fatiscenti, sembrava quasi di trovarsi a Sarajevo dopo una tenace rappresaglia serba. Per qualche istante Riccardo non disse una parola, guardò Francesca e non poté fare a meno di baciarla, sentendo indistintamente il sapore del vino e del tabacco “Virginia”, la sua marca preferita. Continuarono a baciarsi per qualche minuto, come due modelli di una foto di Bresson. Riccardo, infine, ebbe la bella idea di sollevarle la gonna, ma Francesca non aveva le sue stesse idee.
“Ei, carino, guarda che siamo tra le case, leva quella manina!”
“Ah, si scusa, non mi ero accorto...”
“Certo, la mano della famiglia Addams!”
“Sì, sì, lo so, ma non è semplice come pensi tu...”
La ragazza rise e gli accarezzò nuovamente i capelli, come se stesse rassicurando un bambino sin troppo trascurato. Francesca era una ragazza comprensiva ed affettuosa, per lei era naturale dimostrarlo in qualsiasi occasione. Era una sua dote innata, ed in particolare con Riccardo era ancora più premurosa del necessario, forse perché conosceva le sue dolorose esperienze.
“Francè, poco fa ho parlato con Silvestro...”
“Sì? Che ti ha detto quello sciagurato?”
“Non so, ha fatto tutto un discorso... Mi ha detto che studia Storia Medievale, senza motivo, insomma, perché lo rende felice. Mi ha ripetuto quelle storie su Kant ma questa volta non ho capito molto... Cioè, detto in due parole, a suo parere ognuno deve fare ciò che gli piace!”
“Mi sembra giusto”, rispose lei mentre premendogli un dito sulle labbra, “in effetti, non è tanto scemo, questo Silvestro.”
“Ti sembra una posizione corretta? Ma non si rischia di buttare la propria vita?”
“Sì, certo, ma di errori ne commetterai comunque, indipendentemente dalla strada scelta. Del resto, in questa vita si può anche fallire, non vedo questa grande tragedia. Non farti abbindolare dai miti del nostro tempo, non è necessario essere dei vincenti, o diventare delle persone importanti, se così le vogliamo chiamare... Un individuo, qualsiasi individuo, deve fare ciò che desidera, se vuole dare valore alla sua esistenza. Puoi fare il muratore, lo scienziato, il giocatore di dadi, lo spazzino, il poeta o l’avvocato, insomma, tutto ciò che potresti immaginare. E’ fondamentale concentrarsi su qualcosa che ti permetta di essere in sintonia con te stesso, il resto sono tutte chiacchiere...”
“Sì, ma non posso vivere studiando le battaglie dei saraceni o la caccia alle streghe, cioè, stiamo parlando del vivere quotidiano...” Francesca, udita questa frase, rise portandosi la mano alla bocca, come solitamente faceva in queste situazioni.
“A volte ti comporti come un bambino... E’ naturale, una persona deve anche adattarsi, ma finché può, ha il dovere di tentarci in ogni modo! O, se non altro, ritagliarsi il tempo per farlo. Tanti scrittori, scienziati, filosofi o poeti hanno condotto una vita piena di ostacoli, svolto lavori che odiavano anche per decenni, prima di raggiungere il loro obiettivo. Per esempio, considera Kafka, ha fatto l’impiegato per tutta la vita, Bukowski, invece, prima di diventare uno scrittore affermato, era un alcolizzato che viveva di espedienti. Alcuni sono diventati famosi soltanto dopo la loro morte, tanti hanno vissuto nell’anonimato, eppure hanno insistito per raggiungere il loro sogno, sino all’ultimo respiro...”
Francesca strinse gli occhi, per poi declinare leggermente la testa sulla sua destra.
“Io non l’ho mica capito cosa ti piace fare... Hai sempre la testa tra le nuvole!”
“A me piaci tu...”
“Ah Ah! Sei uno sconvolto! Dai, andiamo, prima che arrivi il padrone di questa casa e ci prenda a calci. Te la fa vedere lui la battaglia con i saraceni...”
Quando tornarono nella strada principale, con sorpresa notarono una gran confusione. Non sarebbe stato semplice trovare gli altri, in mezzo a quell’allegro caos di anime festose. Francesca prese la mano di Riccardo e gliela strinse, dunque si voltò e lo abbracciò nella marea che passava.

“Anche tu mi piaci, mi piaci tantissimo, non dimenticarlo mai!” Sussurrò all’orecchio del ragazzo, stringendolo forte a sé. Riccardo si sentì come non si sentiva da molto tempo, era come se si fosse appena salvato da un mostro alato venuto dall’Inferno. Abbracciò Francesca e si lasciò inebriare dal suo profumo, infine la guardò nella profondità dei suoi grandi occhi verdi. Avrebbe voluto dirle qualcosa, ma le parole gli morivano in gola. Nel suo intimo era come se fosse detonata una mina, un’emozione in grado di sconvolgergli la mente... Chissà, forse si stava innamorando, probabilmente lo era già. Non avrebbe mai immaginato di poter riprovare quelle emozioni, dopo il disastroso rapporto con Elisa. Francesca, invece, lo aveva resuscitato, ed ora lui si sentiva come un Lazzaro dei nostri giorni, risorto e preparato ad affrontare qualsiasi Caifa. Chi mai avrebbe potuto prevederlo? A distanza di pochi mesi, e dopo aver attraversato un tunnel tenebroso, poteva ancora sperare, soprattutto vantava dei diritti d’autore sull’amore. Forse il dolore era un percorso di sola andata? Per un istante, per un frangente di secondo, gli venne l’irresistibile voglia di urlare, ma nonostante la confusione ed il chiasso decise di non farlo.

In seguito i due andarono incontro alla festa, con lo stato d’animo di chi si avvia ad un circo gestito da una combriccola di dementi. La folla era caotica, Riccardo non si sarebbe mai aspettato una simile bolgia in un paesino tra le montagne della Barbagia. Non aveva mai amato quel genere di serate, ed in passato aveva sempre cercato di evitarli. Invece, proprio quella sera, tra urla, abbracci ed imprecazioni, si sentiva del tutto a suo agio. Un ambulante gesticolava rapidamente con le dita, come se volesse acchiappare le stelle per poi rivenderle ad un prezzo speciale. Questo gesticolare convulso sorprese Riccardo, che decise di acquistare una quantità spropositata di caramelle. Quando infine giunsero alla piazza, ebbero difficoltà a farsi largo tra la folla, perché la calca era diventata addirittura insostenibile. Individuato un varco, videro Tony, Silvestro e Floriana che ballavano al ritmo incalzante della musica. Francesca andò nella loro direzione, con il suo vestito a motivi floreali che risaltava splendidamente nel caos di corpi. Naturalmente trascinò con sé Riccardo, che persisteva a tenere la mano nella busta delle caramelle, come se fosse parzialmente monco e non intendesse darlo a vedere.
“Frà, rallenta, io non so ballare!”
“Nemmeno io, tu muoviti e non pensarci!”
“Muovermi? Non pensarci? Per la miseria, sembrerò un invasato!”
Dopo aver dislocato a destra ed a manca la bustina delle caramelle Riccardo prese la mano di Floriana, che ballava in un modo che non aveva nulla a che vedere col ritmo della fisarmonica. Tony/Barcellona, invece, era essenzialmente perfetto, neanche un piccolo movimento era lasciato all’improvvisazione. Silvestro e Francesca muovevano rapidamente le gambe, non eseguivano i passi corretti ma nessuno poteva notarli. Allora anche Riccardo decise d’improvvisare, si sentiva un po’ come il contabile di un’agenzia finanziaria con i conti totalmente in disordine, ma decise di non ascoltare quelle sensazioni. Mosse le gambe cercando di sgombrare il cervello, ora era importante sentire la mano di Francesca, perdersi nel suo sorriso e sentire il proprio corpo muoversi accanto al suo.

Nel frattempo Accio attendava accanto ad una botte, ed un ragazzo dal viso butterato gli versava del vino rosso in un grande calice di vetro. Dopo ogni bicchiere il ragazzo muoveva rapidamente le spalle, come se con quei rapidi movimenti invitasse Accio ad un’ulteriore assaggio. Da parte sua, Accio mostrava le sue cicatrici con disinvoltura, e col cellulare mostrava delle foto. Più tardi Riccardo seppe che in quel cellulare erano contenuti filmati di risse ed incidenti stradali, ma soprattutto rapporti sessuali consumati dallo stesso Accio con alcune prostitute dell’hinterland cagliaritano. Le aveva filmate con una micro camera nascosta nel cruscotto, ed ora era ben fiero di rivelare le sue prestazioni sessuali a chiunque gli capitasse a tiro. La cicatrice sul labbro superiore era ostentata come un vessillo di guerra, e fendeva l’aria come una Cadillac lanciata verso l’ignoto.

La comitiva continuò a divertirsi per un po’, Riccardo e Francesca avevano le labbra imbrattate di caramelle, e di tanto in tanto si scambiavano un bacio. Silvestro incalzava spudoratamente Floriana, che comunque non disdegnava quel curioso figuro. In determinati frangenti Silvestro faceva mulinare all’indietro le braccia, forse allestendo una danza amorosa per la sua bella. Ad ogni modo verso l’una furono costretti ad andare, anche perché alle due i cancelli del campeggio sarebbero stati chiusi. Tutti erano dispiaciuti perché la festa si stava animando, ma Tony non poté fare a meno di chiamare Accio, per avvisarlo della necessità di partire.

Vincenzo M. D'Ascanio, brano tratto dal romanzo "Eclissi"

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